Gorgonzola DOP

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Il Gorgonzola è un formaggio che viene prodotto nell’area della Pianura Padana (Piemonte e Lombardia) e che ha ottenuto il marchio DOP. Si tratta di un erborinato, cioè di un formaggio in cui vengono volutamente sviluppate delle muffe che gli conferiscono un sapore molto deciso, ma altrettanto gradevole al palato.
Il formaggio Gorgonzola DOP prende il nome dall’omonima cittadina lombarda che gli ha dato i natali sul finire del Medioevo e, a quanto si narra, la sua scoperta fu dovuta a un caso fortuito. La leggenda vuole che un oste di Gorgonzola, quando degli avventori manifestarono il desiderio gustare pane e formaggio, dicesse loro di avere in cantina solo alcune forme che però presentavano delle muffe. I clienti affamati gli dissero che si sarebbero accontentati di quel cibo scadente, ma in realtà il formaggio si rivelò tutt’altro che pessimo.

Metodo di produzione

La produzione del Gorgonzola DOP è riservata al territorio compreso dalle province lombarde di Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lodi, Milano e Varese e a quelle piemontesi di Biella, Vercelli, Verbania, Cuneo e Novara, che è divenuta l’indiscussa capitale del gorgonzola per la sua grandissima produzione.
In commercio vi sono due tipi di Gorgonzola:

  • Gorgonzola Dolce; caratterizzato da una pasta molle e dalla consistenza cremosa
  • Gorgonzola Piccante: caratterizzato dalla pasta semi-dura con un sapore molto deciso e dalle striature di un verde molto intenso

In entrambi i casi le fasi di lavorazione sono simili e prevedono dapprima la pastorizzazione del latte e quindi l’innesto di particolari muffe (soprattutto di pennicillum roqueforti) e di caglio.
Dopo un nuovo riscaldamento del latte e la rottura della cagliata, occorre far colare il siero in eccesso ponendo il formaggio in fascere e rivoltandolo spesso per 36 ore. Segue poi la salatura e quindi le forme vengono poste a stagionare.
Dopo dieci giorni avviene la foratura, si procede cioè a forare il formaggio in diversi punti utilizzando un ago apposito dal diametro di circa 5/6 millimetri. La foratura permette all’aria di entrare all’interno e di far sviluppare più velocemente le muffe.
La stagionatura continua poi per un periodo di circa 50/60 giorni, quindi le forme, il cui peso si aggira sui dodici chili, possono essere commercializzate.
Il gorgonzola piccante, meno diffuso della qualità “dolce”, vede invece l’inserimento di una maggiore quantità di muffe innesto e una stagionatura più lunga, all’incirca di 120 giorni.

Abbinamenti e usi in cucina

Il gorgonzola, il cui sapore è decisamente saporito e gustoso, è un ottimo fine pasto insieme a pane o crostini, ma conosce anche un largo impiego in cucina, dove viene utilizzando per conferire gusto a tanti piatti, dalla pizza farcita di gorgonzola alla pasta e fino al risotto. Non mancano poi tante creme al gorgonzola, a base di panna o besciamella, perfette per dare un aroma particolare alle carni.

Bitto DOP

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Il Bitto DOP è un formaggio prodotto in Lombardia, nella provincia di Sondrio e nei comuni dell’alta Val Brembana. Il suo nome deriva dal torrente Bitto, affluente dell’Adda, che attraversa le cosiddette valli Orobie Valtellinesi del Bitto.
In questo territorio l’allevamento del bestiame e l’arte casearia affondano le radici in un lontano passato: gli storici, infatti, sostengono che furono i Celti i primi a dedicarsi a queste attività e a sfruttare i ricchissimi pascoli di quelle zone.
Sembra, inoltre, che la stessa parola Bitto derivi dal celtico Bitu, cioè perenne, a indicare una delle più eccezionali qualità di questo prodotto. E’, infatti, l’unico formaggio al mondo a durare più di 10 anni.

Metodo di produzione

Secondo il disciplinare, il Bitto DOP viene prodotto da giugno a settembre con latte vaccino a cui viene aggiunto il 10-20% di latte di capra di razza autoctona orobica.  Al bestiame viene fatta seguire la pratica del pascolo turnato che consiste nello spostamento cadenzato su pascoli sempre più in quota.
Prodotto in alpeggio, a un’altitudine compresa tra i 1400 e i 2000 metri, il latte appena munto viene scaldato a 37°C in caldaie di rame: vi si aggiunge caglio di vitello e poi si procede con la rottura della cagliata. Quest’ultima viene riscaldata alla temperatura di 52°C.
A questo punto, la pasta ottenuta viene messa in contenitori di legno, detti fascere, che danno al Bitto la caratteristica forma concava dello scalzo.
La salatura si pratica a secco.
La stagionatura comincia solitamente in alpeggio, nelle “casere d’Alpe”, e viene completata poi negli stabilimenti delle vallate. Questa fase dura almeno 70 giorni: si può protrarre, però, per vari anni, conferendo al Bitto DOP consistenza e profumi più intensi.

Caratteristiche e abbinamenti

Il Bitto DOP viene commercializzato in forme cilindriche di 40-50 cm di diametro e scalzo alto da 9 a 12 cm. Il peso di ogni forma può variare dai 9 ai 20 chili.
Al taglio, la pasta è compatta, di colore giallo paglierino più o meno intenso a seconda della stagionatura, con occhiatura molto fine e ridotta.
Al palato, sprigiona sentori di nocciola, frutta secca, burro, fiori e fieno.

Intenso ed equilibrato, si definisce “formaggio da meditazione”: si degusta quindi in purezza o accompagnato dal pane ed è l’immancabile ingrediente di piatti tradizionali locali come i pizzoccheri, la polenta taragna e gli sciatt di grano saraceno.

Formaggella del Luinese DOP

La Formaggella del Luinese DOP è un formaggio a pasta molle prodotto nella zona di Varese. È un prodotto che fa da sempre parte della storia gastronomica di Luino, e che viene già menzionato in un trattato celebre risalente al XVII secolo, in qualità di “Specioso formaggio che si fa in Valtravaglia”. Anche Luigi Boniforti, due secoli dopo, avrà modo di denotare come il prodotto sia molto diffuso e gradito fra i contadini e i cittadini di Luino. Non stupisce quindi che tutt’oggi questo prodotto venga preparato e custodito gelosamente come un piccolo gioiello della tradizione casearia di Varese e delle valli del Luinese, dove è prodotto.
La Formaggella Luinese è il primo formaggio italiano prodotto con latte esclusivamente caprino ad aver ottenuto la certificazione DOP nazionale.

Metodo di produzione

Questo formaggio è prodotto unicamente con latte di capra, intero e crudo, ottenuto da un massimo di tre mungiture. Il latte viene riscaldato con fuoco a legna e viene aggiunto caglio, esclusivamente naturale; dopo la rottura della cagliata, avviene la formatura in stampi di diametro di 14 centimetri. La stagionatura di questo formaggio è piuttosto breve, durando venti giorni circa; si ottengono delle forme di peso dai 700 ai 900 grammi circa per ogni toma.
La formaggella del Luinese si presenta alla vista con una forma cilindrica, di diametro dai 13 ai 15 centimetri, e una crosta morbida, che talvolta viene anche aggredita dalle muffe. Sulla forma è impresso il logo tipico, la testa di capra nera di Verzasca su uno sfondo rosso e il numero del caseificio di produzione.
All’interno invece la pasta è morbida e compatta, di colore biancastro; il profumo è tipico, caratteristico dei formaggi caprini, mentre il sapore è piuttosto dolce, delicato e gradevole, e ciò anche per la stagionatura particolarmente breve alla quale è sottoposto il prodotto. Il gusto tende infatti a divenire più intenso man mano che aumenta il periodo di stagionatura.

Caratteristiche e abbinamenti

Il Formaggella del Luinese DOP è un tipico formaggio da tavola, molto diffuso e molto utilizzato nel territorio di origine; è un buon accompagnamento per verdura, nelle zone di origine è anche usato per preparare i risotti tipici (come risotto con Formaggella e asparagi bianchi) o come antipasto, sposato con vini bianchi della regione.

Formai de Mut dell’Alta Valle Brembana DOP

Il Formai de Mut dell’Alta Valle Brembana DOP è un formaggio che viene prodotto in ventidue comuni situati nell’alta Val Brembana, in una zona confinante con la Valtellina e circondata dalle Orobie Occidentali Bergamasche.
Il nome di questo prodotto significa “formaggio di montagna” in dialetto bergamasco, e infatti la storia di questo formaggio inizia proprio sulle casere degli alpeggi a 1300 metri d’altezza; questo prodotto è noto da tempi lontani, dato che era utilizzato come pagamento per l’affitto del pascolo.
Nei primi anni del 1900, il nome ufficiale del prodotto veniva conferito a tutta la produzione dell’alta Valle Brembana, e nel 1996 il formaggio riceve la denominazione DOP.

Metodo di produzione

Per la produzione si utilizza esclusivamente latte di vacca da due mungiture; il formaggio a pasta semidura i ottiene mediante un processo di elaborazione tradizionale. Il latte crudo viene posto in caldaie di rame, che possono contenere fino a 400 litri, e quindi è riscaldato e viene fatto coagulare cn caglio di vitello. Il coagulo viene quindi rotto e fatto agitare, e quindi viene semicotto a 47 gradi. La massa, dopo essere stata fatta spurgare, viene estratta con degli appositi teli e pressata.
Dopo la salatura, che può avvenire a secco o in salamoia, il formaggio è pronto per la stagionatura; quest’ultima dura minimo 45 giorni, ma può protrarsi fino ad un anno.

Caratteristiche e abbinamenti

Il prodotto finale si presenta in forma cilindrica semipiana, con un diametro di circa 40 centimetri e un peso variabile fra gli 8 e i 12 kg; a seconda che la versione sia da alpeggio o da latteria, il formaggio avrà su un lato una marchiatura ad inchiostro tipica di colore blu, mentre nell’ultimo caso sarà di colore rosso.
La crosta del formaggio, non edibile, è liscia e di un colore paglierino; la pasta è piuttosto elastica, compatta, di colore bianco avorio o più scuro, a seconda del periodo di stagionatura.
Il sapore è molto intenso e ricco, con una caratteristica fragranza che ricorda il profumo del foraggio montano. Questo prodotto è ottimo accompagnato dalle ricette tipiche della tradizione bergamasca, e quindi polenta taragna, pane nero di segale, oppure se molto stagionato grattugiato sulla pasta. Viene accompagnato da vini rossi corposi oppure da vini bianchi di breve stagionatura, ad esempio il Valcalepio.

Nostrano Valtrompia DOP

Il Nostrano Valtrompia DOP è un formaggio a pasta dura tipicamente lombardo. Questo prodotto è un simbolo del profondo legame dei mastri caseari lombardi con il loro territorio di appartenenza: è il frutto di una sapiente arte casearia tramandata attraverso i secoli. I primi cenni riguardanti questo formaggio sono infatti del 1500, altri ancora invece del 1800 e 1900, documenti che descrivono in modo dettagliato le procedure d’allevamento e di produzione del formaggio.
Il termine stesso del nome, Nostrano, deriva dalla locuzione dialettale “nostrà”, cioè “tipico delle nostre zone”. La tradizione casearia viene tuttora tramandata di padre in figlio, sempre nel rispetto delle tecniche produttive che hanno caratterizzato la nascita e la diffusione di questo prodotto.

Metodo di produzione

Per il Nostrano Valtrompia si utilizza il latte delle vacche di razza Bruna del territorio: gli animali vengono lasciati al pascolo nei mesi estivi, e si cibano di erba e fieno in gran parte autoctona. Il latte viene munto e parzialmente scremato, quindi viene immesso nella caldaia in rame all’interno della quale avviene la coagulazione con il caglio aggiunto. Una volta rotta, la cagliata viene miscelata con un attrezzo di legno tipico della zona, la “rotella”, e quindi viene insaporito con un pizzico di zafferano che dona carattere e particolarità al formaggio.
Una volta marchiate, le forme sono salate e sono lasciate a stagionare per minimo 12 mesi, e vengono inoltre rivoltate frequentemente.

Caratteristiche e abbinamenti

Terminato processo produttivo e stagionatura, il Nostrano Valtrompia DOP si presenta con una forma di cilindro, una crosta dura e con un colore intenso che varia dal giallo scuro al rossastro, e una pasta anch’essa dura, di colore paglierino. Il sapore del formaggio è intenso, forte, pervasivo, reso unico dall’aggiunta dello zafferano e a causa della maturazione molto lunga.
Il formaggio si conserva molto bene se viene mantenuto in un luogo asciutto e fresco. Si tratta di un prodotto adatto per accompagnare piatti di pasta una volta grattugiato; per il suo sapore forte e tipico, è anche un buon formaggio da tavola, accompagnato da confetture di frutta o miele.
Il Nostrano Valtrompia è anche il tipico ripieno dei casoncelli, un piatto diffuso nella zona bresciana; in tal caso viene solitamente accompagnato da un vino bianco (per esempio Curtefranca DOC oppure un Lugana DOC). Perfetto da gustare da solo se accompagnato da un vino rosso di corpo, come il Valtenesi chiaretto DOC o un Franciacorta rosé.

Taleggio DOP

Il taleggio è un formaggio la cui storia si lega saldamente a quella della Val Taleggio, il territorio in cui si produce e da cui trae il nome. Si tratta di un vero e proprio angolo di paradiso della montagna bergamasca, lontana da ogni forma di inquinamento e ricca di grotte naturali, il cui microclima è l’ideale per la maturazione del taleggio. A darcene per primo testimonianza della sua esistenza fu Plinio, che raccontava dell’abilità posseduta dal popolo degli Orobi nella trasformazione del latte. Dietro la realizzazione di questo formaggio si nasconde l’esigenza degli abitanti della valle dell’alto bergamasco di non sprecare, bensì di conservare, il latte in eccesso. Fu così che nacque il taleggio, che però nella sua prima fase di vita veniva curiosamente chiamato stracchino, un termine con cui per un lungo periodo di tempo in Lombardia si era soliti identificare indiscriminatamente tutti i formaggi molli a forma quadrata. Bisognerà invece aspettare il Novecento per sentire parlare del taleggio, grazie al bisogno dei casari dell’omonima valle di distinguere il loro formaggio da quelli prodotti in altre località Oggi il taleggio, che dal 1996 ha ottenuto la Denominazione di Origine Protetta, viene prodotto in un territorio molto più vasto rispetto a quello del passato, che comprende: buona parte della Lombardia, con le province di Brescia, Bergamo, Pavia, Como, Lecco, Lodi, Monza-Brianza, Cremona; parte del Piemonte, con tutta la provincia di Novara; parte del Veneto con l’intera provincia di Treviso.

Metodo di produzione

Sono diverse le fasi necessarie per la produzione del taleggio. La prima è rappresentata dalla raccolta del latte e dalla successiva cagliatura. Quando il caglio di vitello raggiunge la giusta consistenza avviene la rottura della cagliata, che si articola in due diversi momenti. Di seguito la cagliata viene estratta e disposta in appositi stampi quadrati. Si procede con le operazioni di stufatura, che dona alle forme il giusto livello di acidità, e la marchiatura. Seguono, infine, la salatura e la stagionatura, che va da un periodo di trentacinque ad un periodo massimo di quaranta giorni.

Caratteristiche e usi in cucina

Di colore bianco o paglierino, il taleggio è un formaggio a pasta molle, che si riconosce per un caratteristico sapore al contempo dolce ed aromatico. Delicato, con una nota leggermente acidula, è invece più piccate nelle forme più mature. Ottimo come formaggio da tavola, il taleggio è buonissimo se mangiato a fine pasto accompgnato da fichi, mele e pere. Trova poi spazio in cucina in numerose ricette. Si può infatti utilizzare per rendere più saporite frittate, pizze, insalate, crepes. Inoltre, le sue caratteritiche lo rendono particolarmente adatto per arricchire i piatti gratin.

Grana Padano DOP

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Il Grana Padano, come è facilmente intuibile dal nome, è un formaggio a pasta dura che viene prodotto nella Pianura Padana, in un’area compresa tra Piemonte, Lombardia, Trentino Alto-Adige, Veneto ed Emilia-Romagna. Si tratta di un prodotto DOP (denominazione di origine protetta) che deve essere lavorato esclusivamente in un territorio ben delimitato del nord Italia e che comprende trentadue province indicate nel disciplinare redatto nel 1954.
Il disciplinare, oltre a indicare le varie fasi di lavorazione e il periodo di stagionatura del formaggio (dai 9 ai 24 mesi), stabilisce anche che l’allevamento delle bovine, la loro mungitura e la successiva trasformazione del latte avvenga esclusivamente nell’area indicata.

L’origine del Grana Padano risale al Medioevo e la sua invenzione è dovuta ai monaci cistercensi dell’Abbazia di Chiaravalle, che si trova a pochi chilometri da Milano. Fu qui che, nel 1135, per la prima volta si trasformò il latte in Caseus Vetus, questo era il nome che i religiosi gli diedero, ma il popolo non tardò a chiamarlo semplicemente “grana” per la struttura della sua pasta, compatta e granulosa.
Al palato il Grana Padano presenta un sapore deciso non piccante, è saporito ma nel contempo è delicato e il profumo, mai invadente, ha delle fragranze che ricordano il latte fresco.

Metodo di produzione

Per trasformare il latte in Grana Padano occorre attenersi rigidamente alle norme stabilite dal disciplinare che prevede anche il tipo di alimentazione da somministrare alle bovine. Infatti, i mangimi sono ammessi fino a un massimo del 50% della razione giornaliera e almeno il 75% del foraggio deve essere coltivato in loco. In questo modo il formaggio può essere considerato veramente un prodotto del territorio padano e può mantenere le sue caratteristiche tipiche.

Le fasi di lavorazione hanno inizio con la parziale decrematura del latte crudo e quindi con l’aggiunta del siero. Il latte viene poi riscaldato a una temperatura attorno ai 30° per procedere alla rottura della cagliata; in seguito il formaggio viene avvolto in teli e inserito nella fascera che gli dà la forma. Dopo 12 ore si passa a un’altra fascera che porta impresso il marchio tipico del grana e, il giorno successivo, il formaggio viene inserito nell’ultima fascera dalla caratteristica forma bombata.
Dopo la fase di salatura, che viene effettuata in una soluzione salina in cui rimane immerso per un periodo dai 14 ai 30 giorni, il Grana Padano viene asciugato e posto a stagionare per nove mesi, al termine dei quali viene esaminato e “testato” con martelletto, un ago e sonda appositi. Se il test è positivo viene impresso il marchio a fuoco e quindi può essere commercializzato come formaggio “giovane”, si può però continuare la stagionatura per ottenere il “vecchio” o lo “stravecchio”.

Usi in cucina e abbinamenti

Graditissimo su tutte le tavole, è perfetto per essere degustato da solo, con il pane o accostato a sapori dolci come quello del miele o al dolce/piccante della mostarda.
Il suo sapore deciso lo rende poi ideale per insaporire una moltitudine di piatti, dalle paste ai risotti fino al carpaccio, sia esso di carne o di pesce.

Panettone Classico

Il panettone è uno dei dolci più tipici del Natale, una soffice bontà le cui origini sono ad oggi piuttosto incerte. Ciò su cui, invece, non ci sono dubbi è la città che ha dato i natali al panettone: è Milano, che da sempre ne rivendica la paternità. Le leggende più note vogliono legare gli inizi della storia del panettone a due personaggi: il primo è messer Ughetto degli Atellani, che per ottenere l’amore della figlia di un fornaio, si sarebbe fatto assumere da costui, fino a portare il suo forno al successo grazie all’invenzione della famosa ricetta; il secondo è il cuoco che cucinava alla corte di Ludovico il Moro, che per soddisfare i palati dei tanti nobili che sedevano alla tavola natalizia, con gli ingredienti presenti in dispensa creò il panettone. La zona di produzione è dunque Milano dove, secondo fonti accertate, già nel IX secolo le famiglie nel periodo natalizio erano solite consumare il panettone, che all’epoca veniva spezzato dal capofamiglia ed offerto a tutti i parenti presenti in segno di comunione. La tradizione del panettone si è consolidata nel corso del tempo, e da Milano questo dolce è arrivato sulle tavole natalizie di tutta Italia. Ma al fine di preservare la produzione artigianale lombarda, di recente il marchio panettone è stato registrato dalla Camera di Commercio di Milano.

Ricetta e metodo di preparazione

Con la sua forma cilindrica, le tipiche screpolature nella crosta ed una pasta sofficissima, il panettone è inconfondibile. Non è solo l’aspetto a rendere unico questo dolce, anche il sapore lo rende subito distinguibile al palato. In bocca si riscontra tutto la morbidezza dell’impasto e tutto l’aroma caratteristico della lievitazione a pasta acida. Uvetta e canditi sono gli ingredienti che connotano maggiormente questo dolce, la cui preparazione prevede numerosi fasi. Si inizia con due preparazioni: del lievito naturale e degli impasti lievitati. Si prosegue, quindi, con l’operazione della formatura, che consiste nel dare al panettone il suo classico aspetto versando l’impasto in appositi stampi. In tali stampi avviene la lievitazione finale, durante la quale si esegue la cosiddetta scarpatura. Si tratta dell’incisione della crosta con un taglio a forma di croce. A questo punto il panettone è pronto per essere cotto. Dopo la cottura, che dura circa cinquanta minuti, si lascia infine raffreddare il prodotto.

Franciacorta DOCG

bollicine spumante

Il Franciacorta è un rinomato vino italiano DOCG (denominazione di origine controllata e garantita) che viene prodotto da cantine selezionate nella zona collinare di Brescia delimitata dalle rive del lago d’Iseo.
Su questi dolci pendii l’enologia ha origini antiche grazie ad un terreno fertile e a condizioni particolarmente favorevoli alla produzione di vini adatti alla “spumantizzazione”, tanto che nel 1967 alla zona è stata riconosciuta la Denominazione di Origine Controllata.
La peculiarità che rende unico questo vino è la rifermentazione naturale che avviene in bottiglia, obbligatoria ai fini della garanzia di qualità del prodotto, esattamente come l’indicazione della zona di provenienza delle uve e del timbro del Consorzio, composto da una cerchia ristretta di produttori che ne rispetta meticolosamente il disciplinare di produzione.

Caratteristiche del vino

Il metodo di lavorazione del Franciacorta è il connubio perfetto tra tradizione e nuove tecnologie. La vendemmia, effettuata esclusivamente con tecnica manuale, avviene a cavallo tra agosto e settembre.
Le uve impiegate per questa vinificazione sono quelle di Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco, quest’ultime in una percentuale massima del 50%.
Dopo una prima fermentazione del mosto, vengono create le diverse varietà di vino a seconda della composizione: oltre al Franciacorta metodo Classico, sono disponibili le versioni Saten, Rosè, Riserva e Millesimato. Queste tipologie variano anche in base alla concentrazione di zucchero in esse contenuta.

Aromi e note di degustazione

Il Franciacorta è un vino inimitabile, dal colore giallo paglierino con intensi riflessi dorati, quasi tendenti alle sfumature del verde. Il Franciacorta è ricco di piccole bollicine persistenti, ma mai invadenti. E’ un vino fresco, saporito, deciso, vellutato al palato che lascia un retrogusto di agrumi, nocciole e fiori bianchi.
La fermentazione del vino Franciacorta dura da un minimo di 18 mesi per la versione classica, fino ai 67 previsti per l’etichetta Riserva, che permette di ottenere un vino pregiato e particolarmente strutturato, mentre per la produzione del Franciacorta Rosè viene impiegato un Pinot Nero vinificato in rosato.
Ogni vitigno della zona della Franciacorta può avere caratteristiche ed aromi unici che derivano dal clima e dal suolo influenzati dalla presenza del lago con le sue torbiere, dalla prossimità alla Pianura Padana e dai pendii collinari ricchi di minerali.

Abbinamenti cibo consigliati

Per la sua freschezza e vivacità il Franciacorta è un vino molto versatile a tavola. Si abbina in particolar modo con le numerose specialità gastronomiche di questa terra come la robiola e il casolet bresciani, il salame di Monte Isola, la soppressata e il lardo aromatizzato.
Il Franciacorta è perfetto per abbinare un risotto ai gamberi di fiume o primi piatti con crostacei e frutti di mare.
E’ consigliabile servirlo ben raffrescato ed è il vino ideale sia per un aperitivo sia da abbinare ad un dessert.

Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG

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L’Oltrepò Pavese metodo classico è un vino spumante che nel 2007 ha ricevuto il marchio DOCG. La produzione di questo vino è consentita esclusivamente nella provincia di Pavia, nella fascia vitivinicola collinare dell’Oltrepò Pavese.

Caratteristiche vino e vitigni

Per ottenere questo vino spumante si parte dalle uve di uno dei seguenti vitigni: Pinot Nero, Chardonnay, Pinot Grigio, Pinot Bianco. Per questo motivo l’Oltrepò Pavese Metodo Classico è prodotto secondo 4 diverse tipologie e denominazioni: Oltrepò Pavese Metodo Classico, Oltrepò Pavese Metodo Classico Rosé, Oltrepò Pavese Metodo Classico Pinot Nero ed infine Oltrepò Pavese Metodo Classico Pinot Nero Rosé.
I vigneti destinati alla produzione dell’Oltrepò Pavese metodo classico devono rispettare determinate condizioni definite dalla disciplinare, ovvero essere posti su terreni di natura calcarea oppure calcareo–argillosa e si devono trovare su pendici collinari ben soleggiate. La resa massima dell’uva non deve superare il 60% (il 65% per il rosé), mentre la densità dei ceppi per ettaro di vigneto deve essere di almeno 4.000 viti.

Aromi e note di degustazione

Tutte e 4 le tipologie del vino presentano una spuma fine e persistente.
Alla vista l’Oltrepò Pavese metodo classico ha un colore paglierino, un odore gentile, mentre il sapore è sapido, fresco e armonico.
Il colore dell’Oltrepò Pavese metodo classico rosé è giallo paglierino con riflessi più o meno aranciati, mentre il sapore è sapido, fresco e armonico, dotato di una buona struttura.
L’Oltrepò Pavese metodo classico Pinot nero si presenta alla vista con un colore rosato ed al palato lascia un sapore sapido, armonico e moderatamente corposo.
Anche l’Oltrepò Pavese metodo classico Pinot nero rosé ha un colore rosato ed al palato risulta fresco e si scorgono subito la buona struttura e la sapidità.

Abbinamenti cibo consigliati

L’Oltrepò Pavese metodo classico è ottimo come aperitivo, ma si abbina bene anche agli antipasti, in particolar modo a quelli a base di pesce e uova. E’ ottimo anche per abbinare primi speziati e profumati, oppure abbinato ad una croccante frittura di pesce. Nella versione rosé si consiglia di degustarlo sia in abbinamento al minestrone con la zucca che al riso al salto alla pavese.
La temperatura di servizio consigliata è di 8-10°C.