Moscato al Governo di Saracena

Il Moscato di Saracena è un vino passito da meditazione che si ottiene da uve Moscatello di Saracena, un vitigno che si trova solo nel comune di Saracena, noto anche come città del Vino, in provincia di Cosenza. Le sue origini sono antiche e risalgono al ‘500 quando veniva messo in barili ed imbarcato a Scalea per raggiungere la corte papale. Il Moscato di Saracena, infatti, non mancava mai sulla tavola di papa Pio IV che ne era particolarmente ghiotto e lo fece annoverare nell’enoteca pontificia. Riferimenti più recenti si trovano nel libro Old Calabria di Norman Douglas e in By the Jonian Sea di George Gissing. La sua produzione è fortemente legata alle tradizioni e ancora oggi prevede la vinificazione separata del Moscatello e delle uve differenti (Guarnaccia, Odoacra, Malvasia Bianca).

Caratteristiche e note di degustazione

Versato nel bicchiere il Moscato di Saracena si mostra nel suo profondo colore giallo ambrato con riflessi aurei maturati nella lunga e lenta fermentazione. All’olfatto si presenta con un odore intenso e persistente, ma allo stesso tempo fine con note di fichi secchi, frutta esotica e arancia candita. Al palato è dolce, fresco, ampio ed avvolgente con un sapore profondo e un retrogusto che rimanda al sapore del miele, dell’albicocca e della scorza di arancia.

Abbinamenti Moscato Saracena cibo

Il Moscato di Saracena deve essere gustato ad una temperatura di servizio intorno ai 12 °C. Questo passito si sposa perfettamente con la pasticceria secca come la pasta di mandorla e i bocconotti di pastafrolla con marmellata d’arancia, ma è perfetto anche con la macedonia di frutta, le fragole macerate con zucchero e limone, le preparazioni a base di fichi secchi e con i panicelli di uva passa (fagottini di uva zibibbo aromatizzata con bucce di cedro). I veri intenditori della buona tavola lo accostano con diversi formaggi tra cui i pecorini mediamente stagionati e le versioni erborinate, anche con l’aggiunta di miele o marmellate. Il Moscato di Saracena è considerato un vino da meditazione.

Cirò Rosso DOC

Il vino Cirò è un prodotto DOC, il primo della Calabria ad ottenere tale denominazione nel 1969. Viene prodotto in provincia di Crotone, nei comuni di Cirò Marina e Cirò e anche a Melissa e Crucoli, in diverse varianti.
Ha una storia molto antica; risalirebbe addirittura al VIII secolo a.C., dal tempo della fondazione da parte dei Greci della città di Krimisa, da cui il nome Cremissa. Questo vino, prodotto quindi fin dall’epoca, si ritiene fosse quello ufficiale per uno degli eventi ellenici più importanti: le Olimpiadi. I Greci, stupiti della fertilità della terra calabrese, le conferirono il nome di Enotria, cioè “terra del vino”, che poi venne esteso a tutta la penisola.
Le località più importanti di produzione del vino furono, e rimangono tuttora, Crotone e Sibari.

Caratteristiche vini e vitigni

I vini Cirò vengono prodotti di tipologie differenti, rosso o rosato o bianco, e a seconda della varietà sono prodotti con vigneti differenti.
I vini Cirò rosso e rosato sono prodotti con vitigno Gaglioppo – l’uva a bacca rossa più antica della Calabria, molto resistente alla siccità – al minimo dell’80%, e con un massimo del 20% di altre viti coltivate in Calabria.

Il Vino Cirò Rosso DOC presenta una colorazione rosso rubino dall’intensità differente, con riflessi tendenti al viola o al granato; il profumo si presenta gradevole, intenso senza essere eccessivo; il sapore invece corposo e caldo, intenso, che tende a vellutarsi con l’invecchiamento.

La varietà Cirò DOC Rosato presenta invece sfumature rosè che possono essere più o meno intense, e un odore delicato e vinoso. Al palato il vino si presenta con un sapore fresco e gradevole, piacevolmente armonico.

Al vino Cirò sono riconosciute, fin dall’antichità, virtù terapeutiche; si riteneva che esso potesse aiutare la riabilitazione dopo la malattia, e che fosse una bevanda tonica anche durante l’età avanzata.

Abbinamenti cibo consigliati

Sono diversi gli abbinamenti che possono essere fatti con questi vini, a seconda anche della varietà:
Il Cirò Rosso viene servito a 18°-20°C gradi, è ottimo abbinato con carne rossa, specialmente con arrosti e con selvaggina.
Il Cirò Rosato si presenta a temperatura 14°-16° e si abbina bene con primi e secondi leggeri di carne.

Caciocavallo Silano DOP

formaggio caciocavallo silano

Il Caciocavallo Silano DOP è uno dei formaggi a pasta filata più antichi dei quali si ravvisi l’esistenza in Italia del Sud. Vi sono infatti notizie che riguardano la produzione del prodotto già nel 500 a.C. in un documento scritto da Ippocrate, il quale lo menziona discorrendo di come i greci usassero preparare questo tipo di formaggio.
Un prodotto quindi dalla storia nobile e antica, quello che prende il nome dall’altipiano della Sila ma che in realtà non viene prodotto solo nella zona calabrese, ma in altre cinque regioni italiane e precisamente in Basilicata, Campania, Molise, Abruzzo, e Puglia.

Metodo di produzione

Per fare questo formaggio si utilizza il latte esclusivamente dei bovini che vengono allevati in certe zone geografiche nelle regioni menzionate, e secondo un preciso processo di lavorazione dalle origini antiche.
Innanzitutto il latte fresco viene fatto coagulare usando caglio di vitello, e poi si rompe la cagliata che viene quindi fatta maturare. Trascorso il periodo della maturazione (circa 4-10 ore) la pasta è pronta per poter essere filata, presentandosi come morbida ed elastica.
Con un’operazione molto particolare, viene formato un cordone che viene quindi chiuso e immerso in acqua bollente per formare definitivamente le forme di Caciocavallo.
Dopo essere state raffreddate, le stesse vengono salate tramite immersione in salamoia, e poi appese a delle pertiche per il periodo della stagionatura (di minimo di trenta giorni) e infine prima di essere vendute sono marchiate a fuoco.
Le forme del caciocavallo silano mutano a seconda della regione di produzione e delle tradizioni casearie, e possono quindi aversi formaggi ovali, conici, con testina o meno.

Caratteristiche e degustazione

Una volta terminato il processo produttivo, il formaggio si presenta alla vista e al tatto con una crosta sottile di colore paglierino; la pasta è compatta, non troppo elastica e non gommosa, dal sapore tenue e aromatico, con un finale di dolce specialmente se la maturazione non è stata troppo lunga.

Abbinamenti e usi in cucina

Trattandosi di un formaggio nel complesso delicato, viene correttamente esaltato se accompagnato indifferentemente da vini rossi d’annata (come con Fiano di Avellino o Greco di Tufo), vini bianchi, piatti tipici della zona con carne rossa e funghi, ma anche con confettura di pomodoro verde piccante e pane semplice del tipo ciabatta.

Torrone di Bagnara IGP

Torrone di Bagnara IGP è un prodotto dolciario prodotto tradizionalmente a Reggio Calabria e in alcune città limitrofe, fra le quali si segnala Taurianova e Bagnara Calabra. Fra queste due città esiste uno scontro culturale relativo alla paternità della produzione del torrone; da un alto, i mastri pasticcieri di Bagnara Calabra vantano una tradizione ormai generazionale nella lavorazione del torrone, d’altro lato Taurianova vanta il primato della produzione del torrone da secoli. Il problema non è di facile soluzione e ancora non si è attribuito a nessuno dei due paesi la nomea di “Città madre del Torrone”.
In ogni caso il prodotto è strettamente connesso al territorio calabro, che offre gli ingredienti necessari alla produzione del dolce, cioè il miele e le mandorle. Tali prodotti venivano coltivati già dall’epoca romana, mentre lo zucchero viene importato con gli Arabi.
Il Torrone di Bagnara IGP è un dolce distribuito soprattutto durante il periodo natalizio, ma viene gustato tutto l’anno. Questo dolce risulta strettamente legato, dal punto di vista tradizionale, al territorio calabrese. Numerose le iniziative volte alla valorizzazione e diffusione di questo prodotto; si ricordano in particolare la Fiera del Torrone a Bagnara, o la manifestazione del Torrone da Guinness e la Fiera di Santa Caterina che si svolgono entrambe a Gioiosa Ionica, in provincia di Reggio Calabria, in occasione del mese di dicembre.

Ricetta e metodo di preparazione

Per produrre il torrone, si procede alla tostatura delle mandorle, che vengono poi unite all’albume e al miele, e quindi si cuoce a bagnomaria il prodotto per circa sette ore, senza mai cessare di mescolarlo per impedire la formazione di grumi.
Terminata la cottura, l’impasto ottenuto viene disteso e si lascia raffreddare, per poi tagliarlo in barrette di diverse dimensioni.
Si ottiene un prodotto particolare, molto dolce, con un sapore che esalta la bontà delle mandorle cresciute nel territorio calabro. Questo dolce può essere anche rivisitato; non è raro che lo si decori o addolcisca con del cioccolato, e in questo caso esso subisce delle modificazioni rispetto alla ricetta originale durante la lavorazione.